VITTIME DELL’AMIANTO E CULTURA DELLA SICUREZZA SUL LAVORO UNA GIORNATA PER RICORDARE

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Apr 28, 2021

Scritto da : Michelangelo Ingrassia

Il 28 aprile ricorre la Giornata Mondiale della Salute e della Sicurezza sul Lavoro; si celebra anche la Giornata Mondiale delle Vittime dell’Amianto. Lavoro e amianto: una combinazione micidiale, una devastazione continua, attuata subdolamente dalla famigerata fibra killer che nei luoghi di lavoro avvelena invisibilmente lavoratori e lavoratrici; che invade silenziosamente le loro abitazioni aggredendo i loro familiari. Rispetto al passato prossimo e remoto, abbiamo ormai acquisito una matura consapevolezza sul tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e sul problema dell’amianto. Conosciamo rischi, cause, danni collaterali, dinamiche; abbiamo sistemi collaudati di prevenzione e investiamo in formazione, informazione, smaltimento; è operante una legislazione continuamente rivisitata; elaboriamo dati statistici utili a monitorare entrambe le questioni per progettare pareri e proposte in tema d’infortunistica sul lavoro e di contrasto all’amianto. Essere consapevoli, però, non è servito a cambiare radicalmente un certo atteggiamento e un modo di approcciarsi di talune istituzioni soprattutto verso le vittime. La consapevolezza va in frantumi nell’urto con una persistente indifferenza e una diffusa concezione economicistica che caratterizza la nostra società. Su quest’aspetto occorre un supplemento di riflessione. Il punto è che ancora oggi, pur sapendo cosa significhi e quali conseguenze determini la perversa correlazione tra amianto e lavoro, le vittime, oltre a correre il rischio di perdere la vita, subiscono un danno, per se stessi e i propri familiari, provocato dalla mancata solidarietà da parte di una società spesso indifferente e d’istituzioni ancora troppo burocratizzate nel garantire i diritti costituzionali. La solidarietà che dovremmo avere verso le vittime, è continuamente sacrificata nelle aule dei tribunali e nel mancato riconoscimento del giusto risarcimento. Su questo occorre, qui e ora, riflettere; citando casi e non i soliti dati statistici che spesso fanno perdere di vista le storie, la vita, i drammi delle persone che stanno dietro i numeri. Per essere chiari: saranno state certamente legali le sentenze che nel processo alla Pirelli assolsero nel 2016 i dirigenti chiamati a rispondere della morte per amianto di ventotto operai; le sentenze che nel 2017 assolsero i dirigenti dell’Alfa Arese sollevando lo sdegno dei familiari delle vittime; le sentenze che nel 2018 assolsero in appello i dirigenti dell’Olivetti lasciando le morti per amianto senza colpevoli; saranno state certamente legali quelle sentenze ma rimane un senso d’ingiustizia profonda, dolorosa, smarrita di fronte ai lavoratori deceduti e al dramma dei familiari. Se osserviamo con metodo storico il fenomeno, dobbiamo costatare che su sei processi nell’arco di quattro anni, soltanto uno è terminato con la condanna di tre dirigenti per i 37 operai morti per amianto alla Fincantieri di Palermo; significa, dunque, che bisogna riflettere sul principio della responsabilità. L’altro versante della questione riguarda il riconoscimento del risarcimento, che spesso le vittime dell’amianto ottengono per vie legali e non attraverso le ordinarie richieste all’Ente assicurativo. Nel 2019 la Corte d’Appello di Roma condanna l’Inail a risarcire gli eredi di un dipendente dell’Asl all’Ospedale di Rieti: Roberto Lucandri. Nel 2015 la medesima Corte d’Appello riconobbe, in favore di una vedova di Pomezia, la rendita di reversibilità del marito morto quindici anni prima per mesotelioma pleurico, malattia che l’Inail non voleva riconoscere come di origine professionale pur avendo la vittima lavorato a contatto con l’amianto. Agli eredi di Giovanni Belfiore, morto di mesotelioma nel 2016, era stato ripetutamente negato dall’Inail il riconoscimento della malattia professionale e con esso gli indennizzi agli eredi fino a quando, nel 2018, in seguito all’intervento del giornale “Il Fatto Quotidiano”, la pratica fu sbloccata e la famiglia fu contattata dall’Istituto per ricevere ciò che gli spettava. Merita di essere riportata la vicenda del siciliano Letterio Repici, raccontata su un comunicato stampa dal Presidente del Comitato Permanente Esposti Amianto e Ambiente, Salvatore Nania, e pubblicato dal sito dello Sportello Amianto Nazionale. Letterio morì a soli 67 anni l’1 ottobre 2016, dopo dieci anni di sofferenze, lasciando moglie e due figli. Aveva lavorato in un’azienda per oltre trent’anni svolgendo le mansioni di fuochista. La malattia professionale non gli fu mai riconosciuta, nonostante le cinque richieste presentate all’Inail di Milazzo, per mancanza di nesso causale tra il rischio lavorativo e la malattia denunciata. Una pratica mai definita, racconta Salvatore Nania elencando una serie di disguidi nella comunicazione postale tra l’Inail e il lavoratore malato e infruttuose comunicazioni telefoniche tra lo stesso Nania e la Direzione Inail di Messina: “Adesso basta siamo stanchi di combattere con queste decisioni, abnormi e discriminatorie, da parte dei dirigenti dell’Inail, chiediamo giustizia per tutti gli affetti da patologie e per le vittime”, conclude il Presidente Nania. Dietro le celebrazioni del 28 aprile stanno storie come queste. Una ricerca su internet ne mostra tante, troppe. Il 28 aprile, dunque, dovrebbe servire a riportare il valore della solidarietà nel campo della salute e sicurezza sul lavoro e delle vittime dell’amianto. La legalità, senza solidarietà, tende, sia pure inconsapevolmente, a produrre ingiustizie e questo, nell’epoca della consapevolezza, non ce lo possiamo permettere. Anche per tale motivo è opportuno rilanciare, in questo 28 aprile 2021 che vede lavoratori e lavoratrici vittime del Covid-19 oltre che dell’amianto e delle altre forme d’infortunio, una proposta che possa coniugare legalità e solidarietà: forse è arrivato il momento di affidare alle Asp il compito di riconoscere la natura professionale delle patologie e di lasciare all’Inail solo il compito di erogare gli indennizzi.

Prof.re Michelangelo Ingrassia è docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo e Direttore del Centro Documentazione e Studi Gaetano Pensabene. E’ componente, già Presidente, del Comitato Consultivo
Provinciale Inail di Palermo.

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