POESIA DI MARGHERITA NOVI NERI “ ME MATRI “

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Mag 8, 2021

Scritto da : Redazione

La festa della mamma, ricorrenza laica in Italia molto sentita, quest’anno si festeggia domenica 9 maggio. La mamma per tutti è la persona piu’ importante della vita, e in nostro giornale ha scelto per festeggiare la mamma con una poesia della Poetessa Margherita Neri Novi dal titolo in lingua Siciliana : « Me Matri » , cioè « Mia Madre ». La poetessa di lingua siciliana,  ha alle spalle una intensa e considerevole attività poetica colma di premi prestigiosi tra i quali il premio “Donnattiva 2011”, la Benemerenza Civica anno 2011 presso la provincia di Palermo con iscrizione all’Albo d’Onore e Riconoscimento di merito, il premio Letterario Internazionale Cava de’ Tirreni (SA), il premio Accademia Belli di Roma, il premio di Poesia “Massa Città Fiabesca di Mare e di Marmo”. Margherita Neri ha pubblicato due libri di poesia sempre in lingua siciliana: “La Me Terra” (2007) e “Terra Niura” (2015). Con la sua lirica profonda, vera, esprime un grande amore per la Sicilia e per la vita. La poetessa ha ricevuto, inoltre, Onorificenze Accademiche , meriti letterari speciali dai Comuni di Venezia, Genova, e Contea di Modica, dall’Associazione dei Gattopardi. Prima classificata nei comuni di Roma, Bari, Massa Carrara, Paestum, Cava de’ Tirreni, R. Calabria, Caserta, Vico del Gargano, Cosenza, Potenza, Giungano, Lagonegro. E’ stata insignita della Medaglia d’oro a Campobello di Mazara.

ME MATRI 

Me matri era suli dû matinu

quannu spuntava ralligrava u cori,

me matri era stidda chi lucìa,

era luna varcarola, annacava sònnira,

assicutava farfalli, accampàva suspira,

cugghìa lacrimi, strincìa scagghi di tempu ‘ntra li jita.

Me matri era ciumi chi scurrìa,

funtanedda scaccaniusa,

era ventu di spiranza, furmichedda laburiusa,

era portu di lu mari, era faru ‘ntâ timpesta.

Me matri lavava ‘ngiurìi, asciucava chiantu,

sciugghìa gruppa, arripizzava palori, stinnìa surrisi.

Me matri ‘un supraniàva mai,

vagnava cuscina,

gnutticava e sarvava,

comu juncu si calava a la china.

Me matri era arvulu di frutti,

scattiàva ciuri, uffrìa meli, agghiuttìa feli.

Me matri vinnìa carizzi,

scanciàva durcizza, rialava amuri,

accattava duluri.

Me matri era lustru di cannila

quannu u suli tracuddava

e lu scuru si fiddava.

Me matri era cocciu di granatu,

era ciauru di rosi, era spica di furmentu,

a palumma di lu nidu, la bannèra di la casa…

Me matri era sulu ’na matri,

una comu tanti autri,

era me matri.

 

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