Intervista a Daniele Ficola Direttore del Conservatorio di Musica « Alessandro Scarlatti » di Palermo

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Dic 5, 2020

Creatività, talento, innovazione, ma sopratutto una vita per la musica
quale strumento di comunicazione della ricerca e dell’arte

Scritto da Giovanna Pia Ferrara

Un nuovo incarico triennale quest’ anno in qualità di direttore presso il
Conservatorio di musica « Alessandro Scarlatti » di Palermo. Docente di storia
della musica presso il Conservatorio dal 1986, componente del Consiglio
accademico del medesimo Istituto dal 2006 al 2011, e direttore per due mandati
consecutivi dal 2011 al 2017. E’ una grande realizzazione dal punto di vista
professionale, quali i possibili progetti da implementare alla luce di questo
nuovo mandato?

Il Conservatorio di Palermo, da poco ribattezzato « Alessandro Scarlatti »,
rappresenta una pagina fondamentale per la mia vita professionale e non solo. Fare, o
rifare, il direttore, come in questo caso, oggi è una sfida in quanto si devono
affrontare e risolvere situazioni inedite che spesso cozzano con l’idea di produzione e
ascolto della musica come siamo stati abituati da sempre ad intendere. In particolar
modo la musica classica “on-line” è la sfida del momento. Quindi, oltre a mantenere
le postazioni dobbiamo progettare nuove formule di “messa in onda” garantendo
comunque una ricezione il più possibile fedele ma che difficilmente può sostituirsi
all’emozione dal vivo, e questo vale sia per la didattica che per i concerti.

Il nuovo anno accademico è caratterizzato dalla presenza della pandemia che
condiziona allievi e docenti, come pensa di organizzare la didattica e prevenire
incertezze e difficoltà al fine di incoraggiare gli studenti al nuovo modo di
studiare?                                                                                                                                                                                                            
Diciamo che queste nuove forme di didattica a distanza sono già state implementate
nella prima fase della pandemia, per cui il percorso è già avviato. Gli studenti tutto
sommato reagiscono bene anche perché qualsiasi forma di cambiamento presuppone
desiderio di sperimentazione e creatività, indole e qualità che ai musicisti non
mancano.

Direttore lei ha studiato con grandi Maestri di storia della musica medievale
come Certaldo, contemporaneamente, si è dedicato anche allo studio del flauto
diritto. Lo strumento ha lasciato traccia già nella letteratura inglese del XVI°
secolo, e allo stesso tempo si è sviluppato un vastissimo repertorio dal XIV°
secolo sino all’ottocento. Grandi compositori come Johann Sebastian Bach,
Antonio Vivaldi e Arcangelo Corelli prescrissero esplicitamente l’uso del flauto
nelle loro opere. Oggi l’insegnamento del flauto è inserito nella programmazione
del triennio di studi della scuola secondaria di primo grado : come far
accrescere la passione per lo strumento e consolidarla tra gli allievi anche dopo il
termine del corso di studi?

Oltre a quello che lei cita posso aggiungere anche quattro anni di frequenza assidua
alla facoltà di ingegneria con specializzazione in chimica, salvo poi abbandonare
questo corso di studi per dedicarmi completamente alla musica. Il flauto dolce è uno
strumento senza dubbio problematico che richiede molto studio e offre “poche”
soddisfazioni in termini di ricezione, anche se negli ultimi decenni si è affermato
proprio a partire dalla pseudo facilità dell’emissione del suono che lo ha reso molto
popolare e accessibile a tutti anche in termini di costi. Da un superficiale approccio,
può certamente nascere un interesse specifico, ma per questo occorrono docenti
preparati e specializzati che vadano oltre l’approccio didattico iniziale e che
indirizzino ad uno studio professionale. Non mancano repertori, ascolti, virtuosi e
quant’altro che possano dimostrare all’allievo ignaro che il flauto dolce non è soltanto
un tubo sonoro con dei fori dal quale è possibile emettere facilmente un suono, anche
se stonato.

 

Lei è stato consulente della RAI per la realizzazione della parte musicale di due
documentari sui castelli di Sicilia, un compito rilevante e altamente prestigioso.
A quali compositori si è ispirato per la creazione di tali componimenti?                                                                                 
Questo è stato un breve episodio della mia vita professionale. Ero stato invitato da
Vittorio Brusca che stava preparando dei documentari sui castelli di Sicilia a scegliere
musiche adatte all’occasione. E stato molto divertente rovistare tra il repertorio
medievale e rinascimentalie per cercare le musiche che meglio rappresentassero
questi meravigliosi monumenti e ne amplificassero la storia.

«Non si deve insegnare la musica ai bambini per farli diventare grandi musicisti,
ma perché imparino ad ascoltare e, di conseguenza, ad essere ascoltati»
(M° Claudio Abbado ). Come sosteneva il grande direttore d’orchestra M°
Abbado, la musica è uno strumento di comunicazione per ascoltare ed essere
ascoltati. La musica ha grandi effetti benefici sullo sviluppo cognitivo, aumenta
le capacità creative, di concentrazione e di immaginazione e sviluppa la memoria
dei piu’ piccoli. Tra i più importanti provvedimenti scaturiti da questo Comitato
si evidenzia il DM n. 8/2011 che introduce l’insegnamento della musica pratica
nella scuola primaria. Tra i numerosi metodi pedagogici conosciuti quali
Dalcroze, Gordon, Kodàly, Suzuki, Orff, quale ritiene il più indicato per la
generazione infante odierna, per lo sviluppo e il primo approccio alla musica?                                                                   
Se devo essere sincero io non mi sono mai occupato specificamente di insegnamento
della musica ai bambini, per cui non le posso rispondere consapevolmente. I metodi
che lei cita sono quelli più consumati ed usati che servono a stimolare nel bambino
l’interesse per la musica e il suo apprendimento, sfruttando percorsi che si basano sul
gioco o su altri percorsi, piuttosto che il tradizionale insegnamento del solfeggio,
tanto per intenderci. E tanto successo hanno avuto anche con risultati di natura
sociale, educativa e aggregativa, quantomeno iniziale. Ma la scintilla della creatività
del talento non ha metodo per scoccare.

La sua formazione musicologica presso l’Istituto di Storia della musica
dell’Università di Palermo lo ha portato ad occuparsi soprattutto di studi sulla
musica rinascimentale e barocca con numerose pubblicazioni di respiro
nazionale ed internazionale. Tra le sue pubblicazioni a quale compositore si è
dedicato maggiormente nell’arco della sua carriera e quale fra le innumerevoli
composizioni da lei analizzate simboleggia la sua essenza di artista?                                                                                         
Ho studiato molto, soprattutto insieme al collega ed amico Giuseppe Collisani, il
repertorio dei musicisti siciliani del Seicento nell’ambito della musica sacra e non
solo. Le cappelle musicali delle chiese erano allora come le grandi istituzioni
musicali odierne, grandi maestri, musicisti e una vastissima produzione che molto
prendeva a prestito dalla musica profana. Bonaventura Rubino, francescano, ad
esempio, prima del tutto sconosciuto ai più, è un compositore che abbiamo portato
alla ribalta internazionale grazie alla ricostruzione delle musiche da lui composte in                                                                          occasione di una festa dedicata all’Immacolata Concezione di Maria organizzata a
Palermo nel 1644 nella basilica di San Francesco d’Assisi. Musiche di grandissimo
impatto ed emozione. In particolare il Lauda Jerusalem è un salmo che lui ha scritto a
cinque voci concertate con due violini e basso continuo. Un capolavoro di semplicità
ed espressività in quanto si tratta di un basso di bergamasca (antica danza italiana)
che si ripete identico per 92 misure sul quale le voci e i violini intrecciamo una
semplice melodia orecchiabilissima ma con una serie di variazioni che creano un
climax ed una tensione verso il finale veramente sorprendenti.

Lei è componente del Consiglio Nazionale per l’Alta Formazione Artistica e
Musicale. Il CNAM sostiene e mira alla peculiarità, alla formazione, nell’analisi
e nello studio e nella produzione artistica. In quest’ottica come vede il futuro
del sistema artistico, coreutico e musicale, alla luce degli avvenimenti odierni,
della pandemia e dei nuovi sistemi di gestione e di comunicazione?                                                                                         
Ho fatto parte del Cnam e di numerose commissioni ministeriali fino ad oggi. Come
dicevo prima, la tecnologia non può sostituirsi alla didattica in presenza, ma
certamente può offrire nuovi spazi e aprire nuove prospettive. Superando i pregiudizi
iniziali. Il web è un contenitore che possiamo riempire di infiniti contenuti. Bisogna
imparare a scartare la roba buona da quella cattiva e per questo comunque acquisire
coscienza critica. Non assuefazione ma consapevolezza che il web da solo non ti
fornisce la soluzione ai problemi ma ti può aiutare, e questo vale per tutti anche per il
sistema dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Sono fiducioso, perché
penso che ogni esperienza anche negativa sia comunque istruttiva. Ma la realtà come
pure il sogno sono insostituibili.

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