Grand Hotel de France – di Francesca Buzzotta


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Scritto da : Maria Concetta Cefalu’

Un romanzo ambientato nei primi due ventenni del 1900 nella Sicilia martoriata, sfruttata, usata e dimenticata, dove una donna , la protagonista dell’opera Veronica, con coraggio e spontaneità vive un grande, immenso, unico e irrepetibile amore!

Si svolgerà oggi pomeriggio alle 17,30 presso la libreria del Mediterraneo in via principe di Villafranca n.48A a Palermo, la presentazione del libro della prof.ssa Francesca Buzzotta dal titolo : ” Grand Hotel del France ” . A discutere con l’autrice saranno il giornalista dott. Gabriele Imperiale e la Responsabile degli Stati Generali delle donne per la Sicilia dott.ssa Maria Concetta Cefalu’.

Il romanzo ” Grand Hotel de France”
Dopo il grande successo del primo libro della scrittrice dal titolo ” La certezza dell’immortalità”, il secondo nuovo romanzo dal titolo ” Grand Hotel de France” conquista sin da subito l’attenzione dei lettori per una storia ricca di risvolti, verità, di amore, di luce e di speranza. L’autrice , racconta come la mafia puo’ distruggere una famiglia e mortifichi coloro che vi si imbattono senza volerlo. La storia si svolge in Sicilia nei primi del 900 ed è centrata sulla vita mortificata di Veronica Palermo, detta Nica protagonista dell’opera e dei tormenti visuti nel suo animo. La narrazione arricchita da paesaggi, monumenti, conversazioni anche in lingua siciliana affronta tematiche delicate ed attuali come la violenza domestica, il dolore per la perdita di persone care, il tema dell’affido, dove padroneggia su tutto un amore vero, infinito passionale ed eterno.

Il nostro giornale ha intervistato la prof.ssa Francesca Buzzotta.

 

Francesca Buzzotta è una docente di lingua inglese, ” La certezza dell’immortalità” è il suo primo romanzo. Se dovesse dare una definizione del termine “Immortalità” a che cosa si riferirebbe?

In “La certezza dell’immortalità” il titolo del mio primo romanzo, il termine “immortalità” deve essere letto nella sua accezione di “Eternità” e di “Ciò che sopravvive per sempre”. Nello specifico è riferito all’amore profondo che i due protagonisti nutrono l’uno per l’altro. La storia è ambientata nella Sicilia contadina dell’unità d’Italia. Nica è una ragazza forte, indipendente, ribelle, nata in una famiglia di braccianti, che non ha paura di fatiche e difficoltà, Giorgio, ben più maturo di lei, è il figlio del padrone dell’azienda agricola la Quercia dei viceré, per la quale la famiglia di Nica lavora. Ma la strada che dovrebbe condurli alla felicità è irta di ostacoli e i due saranno costretti a separarsi. La loro storia è la prova che l’amore tenuto costantemente acceso conduce con certezza all’immortalità, perché solo amare ed essere amati ci farà ricordare per sempre. Il vero amore supererà il tempo, il denaro, le resistenze della famiglia, la malinconia.

Com’è notorio la lingua siciliana è un idioma indoeuropeo di derivazione linguistica italo-romanzo caratterizzata da un sistema pentavocalico. Essa ha subito un cospicuo numero di prestiti di adstrato delle lingue ibero-romanze , in particolar modo del castigliano e del catalano. Il suo romanzo ” Grand Hotel de France ” contiene numerose pagine e dialoghi scritti in lingua siciliana. Lei è una docente di lingua inglese, quali difficoltà si riscontrano nello scrivere in lingua siciliana? Quali difficoltà in rapporto alla struttura lessicale, al sistema fonologico, alla morfologia, alla sintassi e alla pragmatica? 

Si è vero! Ho utilizzato, in alcune pagine ma soprattutto nei dialoghi la lingua sicula. Devo dire che inizialmente, usare il siciliano mi è servito come escamotage. Un espediente che mi ha permesso di bypassare un problema che altrimenti non sarei stata in grado di risolvere. La prima parte del romanzo è ambientato a Piana Dei Greci oggi Piana degli Albanesi. All’indomani dell’invasione della penisola balcanica da parte dei Turchi Ottomani, questo popolo slavo, siamo attorno al 1485, fu costretto a fuggire e lasciare la patria. Trovarono riparo sicuro sulle vicine coste dell’Italia meridionale in Sicilia dove nacque Piana degli Albanesi, sui territori concessi dall’allora arcivescovo di Monreale Cardinale Borgia. Un paesino medievale, arroccato sul versante sud-est di Palermo, nell’alto Belice, a 740 m sul livello del mare. Gli arbëreshë pianoti a tutt’oggi hanno conservato la loro lingua d’origine che loro considerano la loro prima lingua ossia l’ Arbëreshë che io non conosco né parlo, anche se, mio nonno materno era di Piana degli Albanesi.
C’è un secondo motivo per cui ho usato il siciliano. Sento che il siculo-palermitano sia una lingua con forti accenti carnali e identificativa di certi sentimenti, sensazioni ma anche di un forte senso di appartenenza ad un luogo ad una classe sociale, che l’italiano non riuscirebbe bene a delineare e declinare. Ecco perché Nica lo usa con la “cammarera Ancilina” donna Adelina, la domestica di casa Di Giovanni, con i suoi figli, Paolina e Giorgio soprattutto quando li rimprovera e nella loro nuova vita a Palermo, con Don Desio quando fugge da Piana e i due entrano in confidenza. Lo stesso Don Giorgio lo utilizza quando dialoga con il suo vecchio amico don Alfonzo Castrogiovanni compagno di vita ai tempi della Belle Époque.

Nel suo romanzo lei scrive: ” Quella di Veronica Palermo detta Nica era stata una vita travagliata, segnata dall’incertezza del domani e permeata da un forte dualismo che l’aveva resa la donna che era. Aveva vissuto le vicissitudini quotidiane con coraggio, prontezza di riflessi ma anche con un pizzico di follia come il funambolo in equilibrio che cammina su una fune tesa nel vuoto e si esibisce in giochi ed esercizi di destrezza. Aveva vissuto in miseria, così come nel benessere, aveva goduto appieno di sprazzi di felicità ma anche di tanta tristezza e grandi dolori. Aveva tollerato obblighi e costrizioni con obbedienza ma soprattutto, aveva vissuto con spontaneità un grande, immenso, unico e irrepetibile amore! Veronica rappresenta le tante donne di ieri di oggi e di domani, qual è la vera motivazione e forza della protagonista del suo romanzo?

Veronica è una donna che ha vissuto tre vite in una. Un personaggio estremamente moderno per il modo in cui affronta le situazioni, ma nello stesso tempo una donna dei suoi tempi. Le vicissitudini, i grandi dolori sofferti la piegano ma non riescono ad abbatterla. Potrei paragonarla ad una spiga di grano che malgrado il vento che soffia con forza, si piega in due, perde l’equilibrio, si muove in maniera disomogenea, ma trova sempre la forza di rialzarsi e raddrizzare la schiena. La tenacia e la forza che trova in sé stessa sono le qualità che la contraddistinguono. Lo stesso Giorgio quando parla di lei con l’amico Alfonzo Castrogiovanni che gli chiede di descrivergliela dice: “Nica è… è Nica! L’indefinibile e il tutto insieme, non riesco a trovare un appellativo che le renda giustizia!”

Il suo romanzo affronta anche le problematiche familiari dinnanzi gli eventi positivi e negati della vita che investono i membri stessi della famiglia. Le chiedo: la famiglia di oggi, la famiglia di ieri, cosa è cambiato, cosa dovrebbe correggere e migliorare?

E’ quasi impossibile operare un paragone tra la famiglia di ieri e quella attuale. Nel romanzo sono presenti diversi nuclei familiari che si distinguono per ceto sociale ma tutte hanno in comune dei principi cardine che Veronica riesce comunque a scardinare anche se, fino che lei è figlia di famiglia è costretta a seguire. La famiglia dei primi anni del ‘900 è una famiglia patriarcale, la moglie e i figli compresi i figli maschi sono sottomessi all’autorità del capo famiglia. Non c’è possibilità di scampo per nessun membro della famiglia. Le donne del Regno d’Italia erano infatti completamente dipendenti dai mariti o da altre figure maschili anche in merito alla proprietà dei beni, oltre che per tutti gli altri aspetti della responsabilità familiare e della partecipazione sociale e civile. Ancora nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito. Alle donne veniva ancora chiesta l’autorizzazione maritale per donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, né potevano transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti. Tale autorizzazione era necessaria anche per ottenere la separazione legale. Nel 1919, venne abolita l’autorizzazione maritale – pur con notevoli limitazioni -, dando così alla donne almeno l’emancipazione giuridica. Il Codice di Famiglia era già abbastanza retrivo, ma venne lo stesso inasprito dal fascismo: le donne vennero poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito che poteva decidere autonomamente il luogo di residenza ed al quale le donne devono eterna fedeltà, anche in caso di separazione. Sul piano economico tutti i beni appartenevano al marito, ed in caso di morte venivano ereditati dai figli, mentre alla donna spettava solo l’usufrutto. Potrei concludere dicendo che tanta strada è stata fatta, ma ancora tanta ce ne da fare.

Lei scrive “Paolina Sclafani in Di Giovanni era una donna arbëreshë di grande spessore culturale e intellettuale. Viveva alla masseria Quercia dei Viceré, circondata da figli e nipoti, Dopo la morte del marito era stata lei ad avere preso il controllo dell’azienda, ma gli anni non le permettevano più di spostarsi agevolmente, la presenza di Giorgio non era più ben accetta alla masseria e così aveva instaurato con il figlio una corrispondenza epistolare”. Quale era il rapporto tra la protagonista e la suocera? La suocera è la suocera oggi come nel passato, ma cosa dovrebbe fare una suocera per non danneggiare la coppia che purtroppo ancora oggi accade? Chi è la suocera ideale?

Paolina Sclafani in Di Giovanni era una donna di grande e fine intelletto. Una donna di nobili origini, che aveva studiato. Non che i suoi fossero moderni e le avessero permesso di studiare, ma le avevano concesso di seguire le lezioni che un precettore francese impartiva al fratello e Paolina, sebbene mai interpellata, aveva imparato a parlare il francese meglio del suo adorato fratello alla cui ombra lei viveva. È anche lei una donna moderna ma ancorata a dei principi che non riesce a superare. Quando Giorgio, il suo amatissimo primogenito, tra due si era creato un rapporto di amore viscerale, rimasto a lungo figlio unico perché altri figli non ne arrivavano, va a vivere con Nica, la famiglia lo ripudia. Gli unici che non riescono a tagliare del tutto il legame sono il fratello Giovanni e la madre Paolina Sclafani in Di Giovanni. Proprio lei lo raggiunge facendogli pervenire lettere di grande amore materno, che lo cerca con lo sguardo nei posti che lei sa Giorgio frequenta, che quando scende a Palermo per fare spese lo contatta per un incontro. Ma non perdona al figlio adorato di aver scelto come sua compagna di vita una donna di umili origini che non è all’altezza e che non può dare lustro alla loro famiglia. L’unica volta in cui chiede di Veronica al figlio è quando viene a sapere della nascita di Giorgio junior. Le suocere di oggi? Sono diverse? Sono uguali? Posso solo dire che non esistono suocere perfette. È un ruolo non facile e poi “Evviva le Suocere” Andiamo un po’ controcorrente!

Lei scrive: ” Veronica, allora, si fece intraprendente, lo afferrò per le bretelle e lo attrasse a sé, facendo aderire il suo corpo a quello del marito. Sapeva che non le avrebbe resistito. Lo spogliò con profonda voluttà, con desiderio, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Caddero sul letto ridendo come due fanciulli che si scoprono per la prima volta. Si scambiarono tenerezze esplorando ogni centimetro della loro pelle, si tennero stretti, avvinghiati con le braccia, le mani, le gambe, così stretti da non poter respirare, quasi l’uno volesse far parte del corpo dell’altro. Rotolarsi tra le lenzuola alle prime luci dell’alba. La spontaneità del gesto, il sapore di una scelta improvvisa, non meditata, poca cura per i preliminari e fare l’amore con passione. Il puro desiderio sessuale che annulla le volontà, che concede spazio solo ai sensi”. Amore e passione senza fine, per chi si ama, veramente e sempre nonostante il trascorrere degli anni, decenni, un amore contestualmente ricco di piacere e sentimento, fedele, ardente e appassionato. Secondo lei qual è il segreto di questo amore travolgente?

Giorgio e Nica, malgrado la differenza di età: lei 18 lui 40, sono complici, sono confidenti sia nella vita comune che a letto. Nica porta con sé tutta la sua genuinità, vivacità, spensieratezza e gioventù. Giorgio è un quarantenne affascinante, un viveur, un amante della bella vita, fatta di balli, feste, belle donne, avventure galanti. Non ha mai avuto un rapporto sentimentale duraturo, e ha rifiutato tutte le proposte di matrimonio combinate dai suoi genitori. Si può dire che la prima cosa che li accomuna è un cuore puro, nel senso che entrambi, prima di incontrarsi, non hanno ancora mai amato. Non hanno ancora incontrato qualcuno che abbia fatto battere questo loro cuore di un amore ricco di piacere e sentimento, fedele, ardente e appassionato e soprattutto travolgente. Una tela bianca che aspetta di essere dipinta. Nica, malgrado sia il suo primo approccio amoroso, non esita a concedersi a Giorgio. Tra i due amanti c’è un grande rispetto per lo spazio e il pensiero dell’altro. La loro è una relazione equilibrata e paritaria. Hanno percorso il proprio cammino anche andando controcorrente, assumendosi la responsabilità delle loro scelte e seguendo la propria natura, senza che ognuno di loro abbia perso la propria identità. Per percorrere la propria strada ci vuole una grande quantità di coraggio e di consapevolezza; bisogna conoscersi a fondo e sapersi ascoltare intimamente. Giorgio e Nica sono tutto questo.

Veronica Palermo muore il 20 Novembre del 1957 a causa dell’influenza asiatica, una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-1960 fece due milioni di morti, causata dal virus H2N2 (influenza di tipo A), non diagnosticata in tempo. Il suo ultimo marito Giovanni Di Franco, malgrado fosse più vecchio di lei di ben 21 anni, le sopravvisse morendo un anno dopo. Quale eredità spirituale lascia Veronica alle donne?

Veronica è stata una donna che ha subito, ma che ha lottato fino a diventare artefice della sua vita. Non si è mai arresa, neanche quando ha compreso di aver commesso uno sbaglio, di aver creduto ingenuamente ad una promessa. Dopo la morte di Giorgio non è voluta scendere a compromessi e questo le ha fatto perdere quella rendita economica che avrebbe permesso a lei e ai suoi figli di vivere agiatamente. Veronica insiste sul principio che la libertà personale non può essere venduta e non può essere scambiata con il denaro. Una donna libera può esprimersi come meglio crede, perché sarà sempre sé stessa, è libera da condizionamenti esterni, è una donna che ha fatto tesoro della sua sofferenza, che è caduta più volte ma che ha imparato a rialzarsi più forte di prima. È una donna matura; una donna che è sbocciata nel corso degli anni e ha imparato ad amare sé stessa. Ma ancorata al suo tempo e monito di speranza Veronica afferma che ogni donna ha il diritto di vivere un unico grande immenso amore, un Amore con la A maiuscola perché l’amore tenuto costantemente acceso conduce con certezza all’immortalità, perché solo amare ed essere amati ci farà ricordare per sempre.

Nel suo romanzo racconta paesaggi, cultura, storia, introspezioni, luoghi come: Santa Cristina Gela, Piana dei Greci. Le chiedo: a quale luogo si sente particolarmente legata e perché?

Palermo è la mia città, la mia casa, il luogo più intimo del mio cuore. Sono legata a Palermo in maniera viscerale, la amo così com’è: verace fino ad essere cruda e violenta, sconvolgente, ti lascia senza parole, ti stupisce, ti lascia senza fiato ma poi ti fa anche incazzare al punto che dici: “Basta me ne vado”; ma poi ti manca, ti mancano le sue strade, i suoi vicoli del centro, ogni angolo, la sua gente. Ti chiedi come fa una città come Palermo ad accogliere così tanti stranieri ma nello stesso tempo a mandare via i suoi figli più giovani. La verità è che non è colpa della città ma di chi la abita che la rende sporca, invivibile, trafficata, non attrattiva ma malgrado tutto questo LEI resiste.

Nel suo romanzo lei scrive: “Lo vedi l’arcobaleno? Ci stanno aspettando lì, dentro quell’arco tutto colorato, proprio al limite tra la fascia rossa, schizzata di giallo e quella viola-azzurra. Sono felice!”. Tutti noi vorremmo vedere l’arcobaleno tutti i giorni della nostra vita. Cosa rappresenta per lei l’arcobaleno? Secondo lei qual è la chiave per essere felici?

L’Arcobaleno ha innumerevoli significati: il passaggio da una condizione a un’altra, un legame indissolubile tra due mondi e realtà comunicanti. Può rappresentare il processo di cambiamento e l’inizio della ricerca di altri significati e di maggiore consapevolezza interiore. Nella Genesi l’arcobaleno rappresenta un patto tra Dio e l’umanità, comparso per la prima volta dopo il diluvio universale in cui Noè e la sua arca riuscirono a sopravvivere, come promessa che non avrebbe più inondato la terra. È quindi simbolo di pace e di accordo. L’arcobaleno è simbolo di speranza, dona sollievo, fa respirare un soffio di pace e serenità. Nel momento in cui tutto sembra nero l’arcobaleno dona colore e aiuta ad aprirsi al futuro, a guardare avanti così come accade a Veronica. Sono convinta che la felicità di per sé non esiste. Ognuno di noi vive degli sprazzi di felicità, piccoli momenti fugaci che bisogna essere bravi a percepire ed afferrare per viverli con tutti i nostri sensi.

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