Scritto da : Alessia Bodei
Foto di : Alessia Bodei

Un grazie alla giornalista Dott.ssa Alessia Bodei Portavoce e Ufficio Stampa del Festival New York Canta di New York per avere raccontato il doppio volto di Sanremo, per accompagnare e coinvolgere i lettori attraverso l’affascinante magia dell’ARISTON e il rigore della Sala Stampa , e raccontare un Festival di Sanremo che cambia con la partecipazione di nuovi artisti , un pubblico sempre piu’ giovane, e un futuro affidato a Stefano De Martino.

Per raccontare davvero il Festival di Sanremo bisogna sedersi in due posti diversi. Uno è la poltrona rossa del Teatro Ariston, dove lo spettacolo vibra dal vivo tra applausi, luci e quella magia che la televisione riesce solo in parte a restituire. L’altro è qualche piano più in alto, nella sala stampa del Roof della RAI, dove il Festival cambia tono: diventa analisi, numeri, polemiche, domande a volte pungenti.

Sono due mondi che convivono negli stessi giorni e nello stesso edificio, ma che raramente si somigliano. Da una parte il pubblico che canta, ride, si emoziona. Dall’altra i giornalisti che interrogano, confrontano dati, mettono alla prova chi quel Festival lo guida. In mezzo, sul palco, c’è chi deve tenere insieme tutto questo. Quest’anno è stato ancora Carlo Conti, chiamato a condurre un Festival che, più che mai, sembra lo specchio delle trasformazioni del Paese.

Inoltre c’è un momento del Festival che il pubblico da casa non vede mai. Succede in teatro quando partono le pubblicità. Sul televisore sembra che tutto si fermi, ma dentro l’Ariston accade il contrario. Le luci restano accese, l’orchestra rumoreggia e si sgranchisce e sul palco Conti rimane a dialogare con la platea. Spesso accanto a lui compare Laura Pausini. Nascono battute improvvisate, piccoli siparietti, scambi spontanei con il pubblico. È il Sanremo che non ha copione, quello più umano e diretto, dove la distanza tra palco e platea quasi scompare. Poi le telecamere si riaccendono e la macchina televisiva riparte con la sua precisione millimetrica, come se nulla fosse accaduto.

Ma il vero dietro le quinte del Festival non si esaurisce sul palco. Sanremo è anche il luogo in cui, nei corridoi del teatro, nelle sale stampa e negli incontri informali tra artisti, discografici e addetti ai lavori, nascono nuovi progetti musicali. È stato così anche per il NYCanta, il festival internazionale della canzone italiana che ogni anno porta la nostra musica negli Stati Uniti di cui mi onoro di esserne portavoce e ufficio stampa .Per la prima volta il progetto , realizzato dalla ACINY( Associazione Italiana Culturale dì New York ) e ideato dal Commendatore Tony Di Piazza, di cui è anche il Patron , è stato presente ufficialmente a Sanremo con un’attività di relazioni e incontri con artisti e operatori del settore. Durante la settimana del Festival , insieme a Joe Nastasi , addetto alle relazioni esterne della ACINY,sono stati avviati contatti e definiti accordi di collaborazione con realtà storiche della musica italiana come il Cantagiro, il Video Festival Live e Sanremo DOC. Proprio nei giorni sanremesi è stata inoltre confermata la presenza di Ema Stokholma come conduttrice e direttrice artistica della prossima edizione del festival, mentre diversi artisti incontrati dietro le quinte dell’Ariston hanno potuto conoscere da vicino il progetto NYCanta, che continua a costruire un ponte musicale tra l’Italia e New York.

Tornando al Festival di Sanremo , vi garantisco che ascoltare una canzone all’Ariston è un’esperienza diversa da quella televisiva. Dal vivo si percepisce la tensione degli artisti nei primi secondi, si sente il silenzio pieno della sala quando parte un verso importante, si osservano sguardi e movimenti che nessuna regia riesce davvero a catturare. Sanremo resta prima di tutto un rito collettivo, una liturgia musicale che da oltre settant’anni riesce a fermare per qualche minuto il tempo di un Paese intero.

Ma pochi piani sopra il teatro il clima cambia completamente. Nella sala stampa del Roof il Festival assume un’altra dimensione. Qui non ci sono luci sceniche né orchestrazioni emotive. Ci sono microfoni, taccuini, dirette radio e televisive. E soprattutto domande. Molte domande. A Carlo Conti quest’anno non sono stati risparmiati rilievi e critiche: la presenza ritenuta limitata di artiste donne, la presenza di Gianni Morandi in duetto con il figlio Tredici Pietro, impedita ad Alessandro Gassmann che desiderava la stessa esibizione per il figlio Leo Gassmann, la flessione degli ascolti nella prima serata, l’idea — avanzata da qualcuno — di un Festival meno sorprendente. Il clima non è sempre stato caloroso. Gli applausi sono rari, il tono spesso diretto. La sala stampa fa il suo mestiere: osserva, analizza, interroga. E Conti ha accettato il confronto senza sottrarsi, rispondendo con la serenità di chi conosce bene il peso simbolico di questo palco.

Eppure, se questa edizione ha raccontato davvero un cambiamento, non lo si è visto soltanto sul palco o nei numeri degli ascolti. Lo si è percepito anche e soprattutto fuori dal teatro, tra le strade di Sanremo. Qui il volto più popolare di questo Festival è stato Sal Da Vinci, l’unico artista ad aver vissuto la settimana sanremese in mezzo alla gente: flash mob improvvisati, balli collettivi, selfie con i fan, incontri spontanei nelle piazze, giri in moto per la città senza scorta o auto oscurate. Un modo diverso di abitare Sanremo, non dall’alto del palco ma dentro la città. Un gesto semplice che ha raccontato meglio di molte analisi quanto stia cambiando il rapporto tra artisti e pubblico. Ed è lui che è stato incoronato Re di Sanremo.

Il cambiamento si è visto anche nella gara. Uno degli elementi più sorprendenti di questo Festival è stato proprio il podio e, più in generale, la presenza di artisti che fino a poco tempo fa sembravano lontanissimi dall’universo sanremese. Accanto ai nomi più conosciuti sono arrivati sul palco dell’Ariston artisti che il pubblico tradizionale del Festival conosceva poco o per nulla, ma che hanno portato linguaggi nuovi e sonorità diverse. Tra questi Nayt, Sayf, Luchè, il collettivo rock delle Bambole di Pezza ed Eddie Brock Samurai Jai che con la sua “Ossessione” e oltre 8 milioni di stream domina la classifica di Spotify risultando il brano più ascoltato di Sanremo. Nomi che per il pubblico sanremese più tradizionale potevano sembrare quasi estranei al Festival, ma che hanno portato sul palco un linguaggio contemporaneo, quello che vive nelle playlist digitali e nelle cuffie delle nuove generazioni.

Le piattaforme come Spotify lo confermano: oggi il destino di una canzone si gioca tanto sulle poltrone dell’Ariston quanto sugli smartphone. E proprio lì questi artisti hanno dimostrato di avere un pubblico enorme, trasformando Sanremo in un ponte tra la tradizione televisiva e l’ecosistema musicale digitale.

Dentro il teatro questa trasformazione era evidente. Il pubblico tradizionale del Festival convive ormai con una platea sempre più giovane. Ragazzi che cantano i ritornelli già al primo ascolto, che votano, condividono, commentano in tempo reale. Sanremo non è più soltanto il custode della memoria musicale italiana. È diventato uno dei luoghi in cui quella musica trova il suo futuro.

E fuori dall’Ariston oltre 150.000 persone hanno dato vita al villaggio musicale diffuso più importante d’Europa partecipando a eventi, cantando sotto il palco del Suzuki Stage, radunandosi fuori dalle sedi radio per cercare di rubare un selfie ai cantanti.

E mentre si chiude il ciclo Carlo Conti già se ne intravede un altro. Durante una delle serate del Festival è stato lo stesso Conti ad annunciare sul palco il nome del possibile successore: Stefano De Martino. Un passaggio che molti addetti ai lavori già percepivano nei corridoi del teatro, ma che pronunciato davanti al pubblico dell’Ariston ha assunto il valore simbolico di un vero passaggio di testimone. Se Conti ha incarnato la solidità e l’equilibrio della tradizione televisiva del Festival, l’arrivo di De Martino rappresenterebbe una nuova fase: più giovane, più dinamica, più vicina al linguaggio televisivo e culturale delle nuove generazioni.

È così che il Festival continua a rinnovarsi: tra polemiche e applausi, tra tradizione e cambiamento, tra il rigore della sala stampa e l’entusiasmo della platea. Perché alla fine Sanremo vive proprio di questo equilibrio fragile e affascinante. La critica può analizzarlo, la televisione può raccontarlo, i giornali possono discuterlo. Ma il Festival continua ad esistere davvero solo in un momento preciso: quando una canzone parte sul palco dell’Ariston, un teatro intero trattiene il respiro e per qualche minuto milioni di persone, davanti allo schermo o sedute in platea, si accorgono di stare ascoltando la stessa emozione. E allora tutto il resto — polemiche, numeri, classifiche — diventa soltanto il rumore di fondo di una storia che, da oltre settant’anni, continua a scriversi ogni inverno sulle note di una canzone.

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